L’Economia delle Giraffe

 

Articolo di Anna Paola Quaglia e Elena D’Angelo

 

Foto di Tycos

 

Oggi, quattro ottobre duemiladodici, si apre la sezione dedicata all’economia e dintorni.

Il nome è alquanto bizzarro: l’economia delle giraffe.

Diceva Einaudi: il mercato è il luogo dove convengono molti compratori e molti venditori, dove ognuno è libero di vendere o comprare. Come il mercato del lavoro, per esempio. Tuttavia, affinché funzioni è necessario che sia garantita la libertà di ognuno di andarsene senza aver concluso nulla qualora a compratori o venditori non convenga stipulare il contratto. Se il mietitore, la vendemmiatrice, il neolaureato (ogni riferimento a fatti reali è assolutamente casuale), fossero “presi per il collo” e quindi costretti per due lire –ad esempio, dico per dire, dal personale vincolo di bilancio come arrivare alla fine del mese o per aspirare all’autonomia economica- ad accettarne le condizioni di contratto, questo non sarebbe più un mercato bensì una forma di schiavitù.

In altre parole, saremmo in una sorta di condizione costretta in cui il sacrosanto libero arbitrio si mette nel dimenticatoio (e spesso si butta la chiave). Questo spazio sarà dedicato alle costrizioni che ci rendono, chi più chi meno, giraffe che tentano la fuga da uno zoo. Gli zoo sono i recinti del nostro quotidiano. Quelli che tutti percepiamo. Sicuramente diversi per ciascuno di noi, ma spesso legati al sistema mondo in cui quotidianamente viviamo. Quel vestito che indossiamo, ma che talvolta ci sta proprio stretto.

Non so voi, io spesso mi sento una giraffa. Come le giraffe tentiamo di fuggire dal nostro zoo, ma in quanto esseri umani dobbiamo saper andare oltre: rimboccarci le maniche per sentirci meno inadeguati e soprattutto non limitarci a saltare il recinto. Emancipate yourself from mental slavery, none but ourselves can free our minds – cantava Bob Marley. L’economia non gode di ottima reputazione ultimamente. E d’altronde non potrebbe essere diversamente. Tuttavia, la verità è che l’economia siamo anche noi, quei famosi agenti economici di cui parlava Einaudi. Questo è per dire che la storia non è già stata scritta. In questo spazio le cose si faranno in modo serio. Il mondo non è fatto di buoni e di cattivi. Le sfumature sono spesso la norma. E il cambiamento prenderà piede da una sincera riflessione su ciò che va e su ciò che non va. Le costrizioni, quelle ci saranno in ogni tempo. Ma forse si può immaginare di cambiarle.

Per questo, in questo spazio, l’economia verrà buttata giù dalla sua poltrona vellutata, trascinata con forza lontano dal pregiudizio che la vuole lontana dalla gente di strada. L’economia è vicina a noi. E può essere diversa. Meno antipatica, e un po’ più empatica.

 

 

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