Smart(cit)ies: datemi un parola e vi cambierò il mondo.

 

Articolo di Giulia Li Destri Nicosia

 

Foto di Hidden Side

E c’ho provato, eh?

Ma non c’è nulla da fare:

sono figlia degli anni 80.

A causa di quei 4 (quattro) miseri anni che mi hanno separata dal ‘90, nel mio immaginario regna sovrano il Drive In, lo zainetto Invicta Jolly e sono colta da veri e propri attacchi di ipomania[1] quando ascolto una canzone a caso della Carrà o, peggio, di Sabrina Salerno.

Dato lo stato dell’arte, è indubbio che per me la parola smart evochi, in primo luogo, una e una sola cosa: un confetto al cioccolato ricoperto di zucchero colorato. E punto. La praticità, la lubrica dolcezza, la scorrevolezza effimera con cui era possibile ingozzarsi di quei confettini peccaminosi direttamente dal loro package tubolare, rendevano noi, bambini figli degli anni 80, dei teneri tossicomani in erba, che andavano in giro con mamma e papà riproducendo freneticamente un gesto che, da lì a poco, ci avrebbe resi pronti ad essere dei perfetti prozac addicted.

Inutile negarlo: nei suddetti confetti al cioccolato c’è tutta l’essenza dell’essere smart. La velocità dell’ingozzarsi, la praticità del farlo senza nemmeno toccarli con le mani, l’usabilità della confezione, l’appeal dei colori e delle forme, la sensazione di piena padronanza e controllo nell’averli sempre a portata di mano, l’idea che – per quanto interscambiabili – ogni singolo confettino sia un entità a sé, non sostituibile e scrigno di un piacere completamente differente dal precedente.

Arrivate le prime carie e il desiderio di autonomia gestionale di chiara derivazione adolescenziale, smart ha iniziato ad evocare anche altro: una macchinina-mouse che dava l’impressione di poter essere sempre e comunque in ogni dove e in barba alle ingombranti auto familiari. Il processo di rispecchiamento è evidente: se tu, noiosa auto familiare (leggasi mamma e papà), ti imponi con la tua preistorica e ottusa presenza, allora io, macchina-mouse incompresa dal mondo intero (leggasi figlio adolescente che si crede furbo), ti frego con la mia rapidità, la mia capacità di infilarmi ovunque, la mia chirurgica solerzia nello scapparti da sotto il naso. Sono qui, ma sono già lì. Sono in camera mia, ma mi basta ascoltare Manu Chao per credermi in Colombia a spippare marijuana. Dormo a casa dell’amica, ma in realtà sto pomiciando duro con lo sbarbatello di terza.

Bohforse, mmmniente, nonromperemà: sono tutte frasi tipiche dell’adolescenza e attraverso cui si scappa dallo spazio in cui si è per essere altrove o, meglio, si è altrove anche durante il pranzo della domenica da nonna. Diciamocelo, l’indipendenza dalla localizzazione fisica di cui tanto si parla e che appare come una conquista tecnologica degli ultimi 10 anni, in realtà, è una roba vecchia come un adolescente: non so come usassero i Neanderthal, ma credo che brufoli e ormoni in subbuglio, per un certo periodo della vita, li avessero anche loro.

Ma l’adolescenza finisce, ci si scopre non senza repulsione a ragionare come le auto familiari (leggasi ancora mamma e papà) e i reumatismi ti beccano sempre prima del previsto. Ed ecco che smart, a partire dal 2007 secondo i dati di Google Trend, inizia a significare altro: una città fatta in un certo modo, il quale certo modo non si sa bene quale sia però pare renda più sprintosi e felici. E sfido chiunque a dire qualcosa in più.

L’evoluzione della parola smart, a ben pensarci, è proprio come le fasi della vita: il bambino freudiano ossessivo-compulsivo, l’adolescente so-tutto-io-faccio-tutto-io-levati-di-torno, l’adulto che finalmente e faticosamente raggiunge la verità vera sul segreto della vita: che non se ne capisce un tubo. E di per sé, non c’è nulla di male a non capirci un tubo: si fanno cose, si vede gente, si sperimenta, si torna indietro, si corregge e si riparte. Dai Neanderthal a Le Corbusier, credo che ognuno di noi abbia in mente una vita e un luogo in cui tutti siano più sprintosi e felici.

Occhio solo ai retaggi adolescenziali, e pure a quelli infantili.

Ché se noi siamo figli di una storia (ed io specificamente degli anni 80), ogni parola porta con sé le sue glorie e le sue macerie.


[1] Sintomi dell’ipomania: autostima ipertrofica, logorrea, ridotto bisogno di sonno, fuga delle idee, distraibilità e deficit di attenzione, agitazione psicomotoria, coinvolgimento in attività potenzialmente dannose, tendenza a parlare concitatamente.

 

 

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