Chi non fa la spesa in compagnia…

 

Articolo di Claudia Piazza e Lorenzo Marinone

 

 

Facciamo la spesa in molti modi. C’è chi si programma il sabato pomeriggio, infila tutta la famiglia in macchina, suocera compresa, e raggiunge il centro commerciale più fornito e vicino. Chi va dal panettiere la mattina presto sennò poi il pane è già vecchio. Chi si arma di borse, sporte, carrelli e carrellini e studia meticolosamente tutte le sue 72 tappe per recuperare lo stretto indispensabile (ogni giorno).

Qualcuno invece fa la spesa semplicemente con la testa. Sono quelli che si rivolgono ai Gruppi d’Acquisto.

Il Gruppo di Acquisto Collettivo è una realtà ormai ben consolidata a Torino e provincia. I suoi punti di forza sono il rispetto della filiera corta, il km zero (i prodotti vengono quasi tutti dalla provincia di Torino) e il biologico. Ma non solo. Il Movimento Consumatori, anima e motore di questa organizzazione, ha provato a ripensare il rapporto fra i cittadini e il territorio in ambito alimentare.

Cosa significa acquistare in un altro modo? In un’economia di mercato il consumatore sembra davvero essere libero, ma in realtà è spesso imbrigliato dalle catene della grande distribuzione e dalle scelte produttive delle aziende. Il GAC è un tentativo di inversione del meccanismo classico del capitalismo di mercato: ha l’obiettivo di restituire al consumatore la sovranità alimentare. Roba da agguerriti rivoluzionari? No, qui si tratta soltanto di porre su altre basi il nostro quotidiano.

“È possibile creare un’altra economia per chi vuole avere concretamente uno stile di vita diverso – sostiene Alessandro Mostaccio, presidente del Movimento Consumatori Torino e promotore del GAC –, questa è un’esigenza di equità che viene dai cittadini: vogliono sapere cosa mangiano, appoggiarsi a una filiera alimentare più equa sia per l’ambiente sia per il dare-avere fra loro e chi produce. Non si tratta solo della ricerca di un risparmio economico personale: significa rispettare, essere responsabili e ricevere altrettanto in cambio”.

Sì, ma come funziona? Il MC seleziona i produttori, si impegna a comprare da loro dei volumi minimi e contratta un prezzo equo. Svolge poi dei controlli sulla produzione (dalle analisi multiresiduo – non richieste dalle leggi comunitarie – alla valutazione incrociata delle quantità di prodotti con la superficie coltivabile) e infine fornisce la logistica. Così, iscrivendoci al MC possiamo fare un ordine alla settimana e passare a ritirare la spesa nel punto di smistamento più vicino. Troveremo frutta e verdura (rigorosamente di stagione), pasta, vino, olio, ma anche detersivi e pannolini. Dalla newsletter avremo informazioni sulla storia delle aziende agricole e sui singoli prodotti. Non resta che scegliere.

Quella che a prima vista può sembrare una sequenza di azioni meccaniche è invece un’iniezione di sostenibilità nei nostri rapporti e nelle nostre scelte. Una sostenibilità che prima di tutto è una questione culturale: il rispetto per l’ambiente, per le persone e per la catena generazionale. “Un’altra economia  – continua Mostaccio – significa non gettare nel fuoco i saperi, le tradizioni, le radici, per sostituirli con un brand. Prendiamo l’esempio di Slow Food: è diventato la narrazione di un modo diverso di fare economia, il suo successo globale dimostra che di queste narrazioni c’è bisogno. Anche il biologico è una narrazione, è il simbolo di un percorso di umanizzazione dei rapporti commerciali. E deve portare alla consapevolezza che le scelte di ciascuno incidono sulla qualità della vita di tutti”.

Riflettere sulle nostre scelte significa anche fare attenzione a cosa diamo in cambio. Non per misteriosi eccessi di altruismo. Ma per decidere in che posto vogliamo vivere.

 

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