Chi non va al Gac in compagnia…

 

Articolo e foto di Chiara Paolillo

 

 

Qualità, prezzo, comodità.

Questi i tre plus di un Gac secondo chi va lì a rifornirsi. Ma chi sono queste persone? Qual è il loro profilo? Nel via vai di gente che si reca negli orari di apertura nei Gac di Torino alto è il numero di trentenni. Quei trentenni della screwed generation, generazione fregata o generazione perduta che dir si voglia. Sono proprio le loro le antenne più drizzate e attente a un consumo critico, che va oltre il fare la spesa al supermercato o al mercato.

Ma perché ci vanno?

C’è Maria Chiara, che arriva con la sua bici pronta a essere caricata di ortaggi prenotati: «Qui i prodotti costano meno, noto un risparmio rispetto al mercato. Venire qua è uno dei modi per fare la mia parte ed essere sostenibile». Una scelta questa che non investe solo i prodotti alimentari. «Io sono vegana, ma la sostenibilità passa anche attraverso il riciclo, l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto, ciò che mi metto addosso, il mio lavoro». Maria Chiara lavora in un’agenzia di viaggi. «Nel mio piccolo cerco di favorire quelle aziende del turismo che sono più sostenibili e boicottare invece quelle che non dimostrano certe attenzioni».

E chi, pur essendo cliente da  più di un anno del Gac, scende a compromessi con la propria attività lavorativa è Giulia. «Lavoro in un supermercato, ma non compro i prodotti che trovo sugli scaffali, prodotti che vengono dall’altra parte del mondo. L’alternativa per un consumo più critico c’è ed è facile. La sostenibilità passa dai prodotti a km 0».

Fretta è la parola d’ordine durante l’orario di apertura dei Gac. Questi sfaccendati, mammoni, trentenni senza prospettive, come sempre più spesso alcuni esponenti delle generazioni che li precedono tentano di dipingerli, hanno appena il tempo di fermarsi a fare due chiacchiere mentre fanno la spesa.

«Vengo qui per comodità – interviene Alice Spano, mentre imbusta i suoi prodotti di stagione – E’ vicino a casa, l’ordine lo faccio via mail e poi vengo solo a ritirare. Non andare al mercato per me è una scelta dettata dalla comodità».

Un’altra che avrebbe bisogno che le giornate fossero di 48 ore invece che di 24 è Daniela. Lavora nella cooperazione internazionale e si occupa di progetti che coinvolgono piccoli agricoltori del Sudamerica e dell’Africa. «Da due anni e mezzo compro al Gac, anche se preferirei la forma di acquisto dei Gas, dove ciascun aderente si prende in carico un prodotto o un coltivatore, controlla che tutto sia a posto e ritira la merce. L’ideale sarebbe la possibilità di autorganizzazione e autonomia totale nelle scelte per il consumatore. Ma per fare queste cose ci vorrebbe molto più tempo a disposizione di quanto ce ne sia effettivamente oggi».

E c’è ancora chi apre la porta del Gac in avanscoperta per avere informazioni. Alessandro, della provincia di Siena, vive a Torino da circa un anno. «Voglio provare, anche per capire meglio. Non mi aspetto un risparmio, ma sicuramente il mangiare biologico può essere un valore aggiunto, così come mi sembra un tipo di consumo più etico quello in cui si bypassa l’intermediario tra produttore e consumatore».

 

 

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