L’insostenibilità del crimine (organizzato). Vol.1 Reati Ambientali

 

Articolo di Elena D’Angelo

 

 

 

“… no signore, niente più droga. Ora è iniziato un nuovo business. È più profittevole e sicuro: è chiamata monnezza, mio caro. Perché, mi creda, la monnezza è meglio dell’oro”[1]

Sono passati vent’anni da questa ormai famosa deposizione del boss del Rione Traiano diventato poi collaboratore di giustizia. E ogni anno il rapporto di Legambiente “Ecomafia” ci racconta i numeri e le dinamiche della criminalità ambientale, uno dei tanto volti di una criminalità organizzata in continua trasformazione e, naturalmente, in cerca di nuove opportunità di guadagno.

Dal traffico illecito di legname, allo smaltimento illegale di rifiuti elettronici o tossici, passando per le frodi alimentari, la pesca non autorizzata ma anche il cemento, i beni culturali, gli incendi.

L’equazione è alti profitti, bassi rischi (a livello sanzionatorio). Il risultato è un aumento esponenziale di questi reati, gestiti da reti criminali che agiscono a livello transnazionale.

Facciamo però un passo indietro. Cosa c’entra il crimine organizzato con l’economia delle giraffe? Perché parlare di mafie [usiamo questo termine in senso lato per includere le reti del crimine organizzato, anche transnazionale] in un blog di sostenibilità?

Perché nel postare e riflettere sulla sostenibilità, anche rivolgere un occhio indagatore e consapevole verso chi pregiudica lo sviluppo sostenibile economico e sociale di interi paesi può servire. Perché non sempre ci si rende conto di cause ed effetti di certe nuove forme di criminalità, e se è vero che la lotta alla criminalità organizzata deve essere condotta anche a livello sociale per poter essere realmente efficace allora anche le parole sono importanti. E le parole possono servire ad aprire gli occhi.

Con questo intento partiamo da qui. E partiamo da qualche caso pratico, che ci farà da guida in questo percorso – senza pretese se non quella, appunto, di aprire gli occhi – tra le nuove forme di criminalità ed i suoi effetti nefasti sull’ambiente che circonda a tutti i livelli.

IL CASO. Aprile 2008, le indagini del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Reggio Calabria rivelano l’esistenza di un’organizzazione criminale ramificata sul territorio nazionale ed estero da anni impegnata nel traffico transfrontaliero di rifiuti illeciti[2]. I rifiuti, soprattutto plastiche e carta da macero, erano destinati alla produzione industriale prevalentemente in Cina, ma anche di diversi paesi asiatici, africani ed europei, e venivano trattati come “materia prima secondaria” (quando invece erano rifiuti a tutti gli effetti). Per dare un volto di legalità al loro operato i membri del clan criminale si avvalevano di una fitta rete di “complici”, produttori, trasportatori, intermediari, recuperatori. I rifiuti pericolosi, rivenduti come materie plastiche in Oriente e provenienti da depositi in Salerno poi trasportati tramite il porto di Gioia Tauro, erano quindi lavorati e trasformati per così dire in nuove “materie prime”. Queste venivano poi riutilizzate per prodotti finiti in plastica, tra l’altro rivenduti sotto varie forme – giocattoli contraffatti, piatti e bicchieri, materiali per l’edilizia – sui mercati europei. Col rischio quindi di finire nelle nostre case, creando dei rischi per la salute e la sicurezza dei consumatori.

Credo che questo caso sia un esempio lampante di come il crimine organizzato – che agisce a livello transnazionale, che sfrutta le aree grigie della nostra economia, e che cambia forma seguendo le evoluzioni del panorama globale – contribuisca ad aumentare la portata di queste attività illecite, con ripercussioni gravi sulle nostre economie e, in casi estremi, anche sulla nostra sicurezza. In riferimento al caso sopra descritto, abbiamo già menzionato i possibili effetti dannosi sulle persone, ma si pensi anche ai danni al commercio lecito, considerato che questi materiali pericolosi vengono utilizzati per produrre beni poi rivenduti a prezzi più bassi (bypassando le regole della concorrenza) e talvolta per mezzo di canali illeciti di distribuzione. A questo si legano le mancate entrate fiscali per gli stati, di certo i criminali non pagano le tasse e i beni immessi nel mercato non sono soggetti all’Iva. E naturalmente gli effetti dannosi per l’ambiente, visto il mancato o scorretto smaltimento di materiali talvolta altamente tossici.

Forse parlarne (e scriverne) non potrà combattere vecchie e nuove mafie, ma la consapevolezza è la nostra arma più importante. E per questo va coltivata, fatta crescere.

 

 

DEFINIZIONI

Crimine organizzato / transnazionale:

La definizione di crimine organizzato è di per sé un argomento controverso. Una definizione a livello europeo ancora non esiste. A livello dei singoli stati la definizione può cambiare, e questo naturalmente influisce anche sulle misure adottate per una serie di reati che ancora non vengono considerati alla stregua di reati gravi in cui è coinvolto il crimine organizzato (per i crimini ambientali in molti stati è ancora così, mentre in Italia su questo aspetto siamo avanti e il reato ambientali prevede – almeno in teoria – l’aggravante relativa al crimine organizzato).

Quella che propongo, e quella comunemente riconosciuta a livello internazionale, è la definizione adottata dalla Convenzione di Palermo (ovvero la Convenzione delle Nazioni Unite sul Crimine Organizzato Transnazionale), che all’art. 2 dice: “Gruppo criminale organizzato” indica un gruppo strutturato, esistente per un periodo di tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati gravi o reati stabiliti dalla presente Convenzione, al fine di ottenere, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale.

Il carattere di “transnazionalità” del crimine organizzato si riferisce ai rapporti fra diverse organizzazioni al fine di compiere un’attività criminale. L’ “internazionalità” dell’organizzazione, invece, sottintende che un gruppo criminale non operi unicamente sul territorio d’origine ma svolga attività anche oltre i confini nazionali.

Per concludere, sempre secondo la Convenzione di Palermo un reato è di natura transnazionale se:

(a) è commesso in più di uno Stato;

(b) è commesso in uno Stato, ma una parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione,

direzione o controllo avviene in un altro Stato;

(c) è commesso in uno Stato, ma in esso è implicato un gruppo criminale organizzato

impegnato in attività criminali in più di uno Stato; o

(d) è commesso in uno Stato ma ha effetti sostanziali in un altro Stato.

 


[1] Dicembre 1992, Nunzio Perrella, pentito antimafia, al procuratore Franco Roberti.

[2] La notizia è disponibile al seguente link.

 

2 commenti su “L’insostenibilità del crimine (organizzato). Vol.1 Reati Ambientali

  1. alessia.binotto@hotmail.it'Alessia

    Volevo oltretutto ricordare che quando acquistiamo un prodotto, compreso nel prezzo noi paghiamo già la tassa relativa allo smaltimento di quel futuro rifiuto. Dal momento in cui “altri mercati” si impossessano di quel bene per fare di questo un profitto, noi ci perdiamo due volte. Economicamente, perchè perdiamo la possibilità della corretta rilavorazione della materia prima (già pagata), e a livello ambientale perchè per quanto ne sappiamo potremmo ritrovarci i teli agricoli imbevuti di pesticidi e quant’altro, sotto l’erba mangiata dalle mucche che producono squisitissima mozzarella di bufala a 9euro al Kg

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  2. elenadangelo.eu@gmail.com'Elena

    Grazie Alessia per la tua precisazione. Come spieghi bene nel tuo commento, sono effetti dannosi che si producono a catena, e i rischi per la salute nostra e dell’ambiente che ci circonda si sommano alle perdite economiche e fiscali. Essenziale è la volontà politica dei governi di affrontare e riconoscere la serietà dei criminali ambientali, altrimenti non andremo molto lontano..

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