Liscia, gassata o del sindaco?

Articolo di Lorenzo Marinone

Quanto vale l’acqua in bottiglia?

Un giro d’affari pari a 2,25 miliardi di euro che riguarda 168 società per 304 diverse marche commerciali; l’uso di oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica prodotte utilizzando 456 mila tonnellate di petrolio, che determinano l’immissione in atmosfera di oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2: c’è un vero e proprio business dentro una bottiglia d’acqua.

L’analisi di tutta la filiera di produzione, dai canoni di concessione alla distribuzione fino alle abitudini di chi la preferisce all’acqua di rubinetto, fa emergere la particolarità del quadro italiano. Se ne sono occupati Altreconomia e Legambiente in un dossier relativo ai dati 2011.

L’Italia ha il primato europeo nel consumo di acqua in bottiglia. Dei 12,3 miliardi di litri imbottigliati nel solo 2011, oltre 11,3 miliardi sono stati consumati dentro i confini nazionali. E la maggior parte in bottiglie di plastica. Stiamo parlando di circa 6 miliardi di bottiglie, di cui solo 1/3 viene avviato a riciclo. Le altre finiscono in discarica o in un inceneritore anche se sarebbero differenziabili.

Se poi si pensa alla pessima abitudine di consumare acqua che proviene dall’altra parte del paese invece di quella delle proprie montagne, a questi dati bisogna aggiungere anche un migliaio di chilometri di trasporto, prevalentemente su gomma. Insomma, fra plastica e benzina, per bere usiamo più petrolio che acqua.

Ma chi ci guadagna? Le aziende hanno margini di profitto molto elevati. Ma non dipende solo dal tenore del consumo di acqua in bottiglia. Il guadagno sta soprattutto a monte, visto che i canoni di concessione per lo sfruttamento delle sorgenti che le aziende corrispondono alle Regioni sono irrisori. Già nel 2006 la conferenza Stato-Regioni aveva tentato di mettere ordine in questo campo con un documento di indirizzo: uniformità dei canoni a livello nazionale, obbligo di pagare in funzione sia degli ettari dati in concessione sia dei metri cubi di acqua emunti e imbottigliati.

Indicazioni sostanzialmente disattese, con mancati introiti per le Regioni nell’ordine di centinaia di migliaia se non milioni di euro. A titolo di esempio: attualmente la Liguria ricava dalle concessioni appena 3300 euro l’anno, ma potrebbe arrivare a incassare anche 1,2 milioni di euro se adeguasse le tariffe. Alcune Regioni – fra cui il Piemonte – fanno pagare solo una tassa sugli ettari ma non sui metri cubi di acqua prelevata. Unica promossa da Legambiente e Altreconomia è il Lazio.

Il dossier sottolinea l’importanza di una corretta gestione di una risorsa come l’acqua anche alla luce del recente referendum. Se l’acqua è un bene comune non deve diventare un profitto esclusivo per qualcuno. E se è una risorsa limitata, bisogna gestirla oculatamente. In questa direzione però è ancora molto il lavoro da fare. Un terzo degli italiani ha poca o nessuna fiducia nell’acqua del rubinetto, che spesso è invece di ottima qualità. Secondo il dossier, campagne di sensibilizzazione e la creazione di un’etichetta dell’acqua potabile che mostri ai cittadini le sue buone qualità organolettiche potrebbero essere una soluzione. Senz’altro gli italiani capirebbero che bevendo acqua in bottiglia spendono 200 volte il prezzo che pagherebbero bevendo l’acqua del sindaco. Insomma, non sono necessari slanci etici. Bastano anche i conti della serva.

 

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