Il sesto dice: non disperdere il seme

semiOgni tanto vince Golia. Il colosso dell’agrochimica Monsanto ha avuto la meglio nella causa contro il produttore di soia Vernon Hugh Bowman, accusato di aver infranto l’obbligo contrattuale di non utilizzare per nuove colture il raccolto derivante dai semi acquistati. La sentenza si schiera a tutela degli OGM brevettati. Ma il dibattito sulla sovranità alimentare non si arresta.

La Corte Suprema americana ha preso la decisione all’unanimità. “La proprietà intellettuale – scrive il giudice Elena Kagan nelle motivazioni della sentenza – non permette a un agricoltore di riprodurre dei semi brevettati piantandoli e raccogliendoli senza il permesso del proprietario del brevetto”. Vernon Bowman, settantenne coltivatore dell’Indiana, aveva sottoscritto un contratto con la multinazionale. La Monsanto gli avrebbe venduto i semi transgenici, modificati per resistere al diserbante Roundup Ready prodotto dalla stessa azienda, a patto che l’agricoltore non riutilizzasse i semi derivanti dal raccolto una seconda volta. Anno nuovo, semi nuovi. Rigorosamente targati Monsanto.

Ma così non è stato. Nel 1999 Bowman compra delle altre sementi da un agricoltore locale per fare un po’ di economia. Non c’è nessuna contaminazione volontaria fra i due tipi di semi. Quelli tradizionali, infatti, non avrebbero resistito al diserbante della multinazionale, studiato per annientare le erbacce così come qualsiasi pianta senza geni appositamente modificati. Ma l’anno seguente Bowman si accorge che le due specie si sono ibridate. Perché non sfruttare questo evento naturale per aumentare la produzione? Ma le leggi della natura non sempre combaciano con quelle dell’uomo. Specie quando è in questione la proprietà intellettuale.

Così la Monsanto ha letto l’intraprendenza dell’agricoltore come un vero e proprio furto. “Dopo aver acquistato delle sementi per un solo raccolto – continua la motivazione del giudice Kagan – Bowman ne ha trattenute ogni anno a sufficienza per eliminare la necessità di comprarne altre. La Monsanto detiene sempre il suo brevetto, ma non ha ricevuto nessuna retribuzione per la produzione annuale di Bowman e la vendita di sementi trattate con il Roundup”. Bowman è stato quindi condannato a pagare 85 mila dollari di risarcimento alla Monsanto.

L’esito del processo ha frustrato le speranze di quanti avvertono la posizione dominante delle multinazionali dei semi come un grande pericolo per la sovranità alimentare e la biodiversità. In effetti i dati sono impressionanti. Il 53% del mercato delle sementi a livello globale è in mano a tre sole multinazionali: Monsanto, DuPont e Syngenta. Più del 90% della soia prodotta nel Mid-west americano è geneticamente modificata e sotto brevetto. I costi per piantare un ettaro a soia sono cresciuti del 325% fra il 1995 e il 2011. Data questa situazione, non stupisce che la sola Monsanto quest’anno abbia già portato in tribunale 466 agricoltori. Tanti piccoli Davide, ma meno fortunati del loro famoso predecessore. [l.m.]

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