“Per un pugno di taniche”

piattaforma-petrolifera24mila chilometri quadrati di mare da trivellare per estrarre 10 milioni di tonnellate di greggio (stimate), che visti i nostri standard di consumo coprirebbero il fabbisogno di appena 2 mesi. È questa la denuncia di Legambiente nel dossier “Per un pugno di taniche”, presentato mercoledì scorso durante la tappa siciliana di Goletta Verde, campagna a difesa del mare e delle coste italiane che anche quest’anno sta concentrando la propria azione nella lotta contro le trivelle.

“Nonostante i dati dimostrino una graduale uscita dal petrolio, nell’ultimo anno è aumentata la produzione di greggio nel nostro Paese – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – Siamo di fronte a un attacco senza precedenti alle bellezze del nostro Paese. Stiamo cedendo chilometri di costa e sottosuolo in cambio di una presunta, quanto irreale, indipendenza energetica. La realtà è che l’Italia è diventata una sorta di paradiso fiscale per i petrolieri. Per loro il rischio d’impresa, grazie alle ultime leggi, è quasi nullo, mentre restano incalcolabili i rischi per l’ambiente. Occorre fermare al più presto questa insensata corsa all’oro nero e per questo chiediamo al Parlamento di abrogare l’articolo 35 del decreto sviluppo, vera manna dal cielo per i petrolieri. Ma occorre anche una forte azione congiunta di Regioni, Province, Comuni e tutti gli altri Enti Locali nei confronti del Governo per assicurarsi un ruolo determinante in scelte così importanti per il loro futuro”.

Con l’articolo 35 del Decreto Sviluppo, firmato a giugno del 2012, il Governo ha riaperto alla possibilità di trivellare anche nelle aree sottocosta e di maggior pregio. Nelle intenzioni dell’ex ministro Corrado Passera questa scelta avrebbe portato 15 miliardi di euro di investimenti e 25mila nuovi posti di lavoro. Cifre risibili secondo Legambiente, che stima i possibili nuovi occupati in 250mila unità, dieci volte tanto, se la politica energetica fosse basata su risparmio, efficienza e fonti pulite e rinnovabili. Per non parlare degli investimenti. Dare al comparto auto 400 milioni all’anno sotto varie forme (incentivi, sgravi fiscali, buoni carburante) invece di investire su una mobilità nuova, continua Legambiente, è deleterio. Se dipendiamo tanto dal petrolio è anche perché ci spostiamo e commerciamo sempre nel solito vecchio modo.

Un discorso a parte va fatto per le amministrazioni locali. Queste si sono ritrovate tagliate fuori dalla discussione del Decreto Sviluppo, senza che venisse convocato un tavolo decisionale comune. Ma dall’altro lato gli introiti economici derivanti da possibili trivellazioni fanno gola, soprattutto di questi tempi. Investire su un piano di sviluppo innovativo che richiede qualche anno prima di iniziare a dare i suoi frutti è una scelta sempre più complessa e perfino coraggiosa.

I numeri della corsa all’oro nero. Nel 2012, in Italia, si sono estratti 5,4 milioni di tonnellate, il 2,5% in più rispetto all’anno precedente, di cui 473mila in mare. A dare il contributo maggiore la Basilicata con oltre il 75% del petrolio estratto. In mare, invece, le regioni petrolifere sono rappresentate dal mare Adriatico centro meridionale e dal canale di Sicilia, dove si trovano le 10 piattaforme oggi attive, sulla base di concessioni che riguardano 1.786 kmq di mare. Le aree interessate da richieste per la ricerca e la coltivazione di giacimenti e dalle attività di ricerca su cui un domani potrebbero sorgere nuove piattaforme però sono molte di più: sono 7 le richieste per la coltivazione di nuovi giacimenti per un totale di 732 kmq individuati (ovvero dove le ricerche sono andate a buon fine), che andrebbero a sommarsi ai 1.786 kmq su cui già insistono le piattaforme attive; sono 14 i permessi di ricerca attivi per un totale di 6.371 kmq. Infine sono 32 le richieste di ricerca di idrocarburi per un totale di 15.574 kmq di mare non ancora rilasciate ma in attesa di valutazione e autorizzazione da parte dei ministeri dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello Sviluppo economico.In definitiva l’area sotto scacco delle compagnie petrolifere è circa 24mila kmq, un’area grande come la Sardegna.

 

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