La mia dipendenza dai rifiuti

Articolo di Antonio Castagna

Tutto_è_monnezza

E’ da poco uscito in libreria “Tutto è monnezza. La mia dipendenza dai rifiuti” scritto da Antonio Castagna ed edito da LiberAria. Il 10 ottobre verrà presentato a Torino presso la libreria Trebisonda; nell’attesa, abbiamo chiesto all’autore di raccontarci come nasce questa sua dipendenza e se è vero che in Italia non esistono criteri univoci per definire i rifiuti.

 

Parto da un semplice esempio per dire che in Italia occuparsi della monnezza significa entrare in una sorta di labirinto dove a ogni svolta fai delle scoperte e dopo ogni scoperta hai la sensazione di saperne meno di prima: in Italia esistono 20 modi diversi per calcolare la raccolta differenziata, uno diverso per ogni Regione. I dati a livello  nazionale sono raccolti dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che raccoglie e rende omogenei quelli forniti dalle Regioni e ogni anno fornisce un rapporto. Ogni Regione però continua a fornire ai media i dati calcolati secondo i suoi metodi, quindi può capitare il caso che secondo i dati regionali la raccolta differenziata è al 50%, per fare un esempio, mentre la stessa Regione, nei dati ISPRA, fa solo il 45% o viceversa. Quel che è ancora più strano è che la legge italiana dice che tutte le Regioni devono adeguarsi a un metodo di calcolo nazionale, ma rinvia a un decreto attuativo la modalità con cui questo processo dovrà avvenire. Il decreto è atteso dal 1997.

Ho scritto Tutto è monnezza. La mia dipendenza dai rifiuti come se fosse un’immersione dentro un mondo misterioso da parte di un cittadino che prova a capire il fenomeno a diversi livelli, da una parte quello che vediamo, incongruenze, incoerenze, stranezze italiane; dall’altra la fatica che facciamo, come collettività, a osservare la monnezza per quello che è, il prodotto inevitabile del nostro metabolismo di specie.

A me il tema piace, la monnezza la studio per lavoro, come consulente per le politiche di riduzione dei rifiuti della Provincia di Trento; per passione, quando con l’associazione ManaManà inventiamo progetti come Ri.Nuovi e SenzaMoneta con i quali proviamo a mettere in evidenza come gli oggetti possono allungare la propria vita, se li colleghi alla gioia dello scambio e alle possibilità del riuso creativo; e me ne occupo per una vera e propria mania, quando guardo i simboli stampigliati sui prodotti che trovo nei supermercati, spesso senza capire, o quando scruto nei cassonetti per vedere come i torinesi si liberano dei loro rifiuti.

Ad esempio, sapete cosa vuol dire quando su una confezione è stampigliato un triangolo formato da tre frecce, e la scritta C/PAP? Vuol dire che è un oggetto riciclabile, fatto di carta e metallo di qualche tipo. Sapete anche dove va gettato? Con la carta? Con i metalli? Questo cambia in ogni città. A Torino, credo, va insieme alla carta, come il tetrapak, ma non ci giurerei.

Capire meglio il sistema dei rifiuti urbani, quelli con cui il cittadino fa i conti quotidianamente, è complicato, e nel libro provo a raccontarlo come se fosse un’indagine dove la verità sembra spostarsi sempre un po’ più in là. Ma c’è un altro aspetto che forse è ancora più interessante, il fatto, dato per scontato, che noi mentalmente colleghiamo i rifiuti a tutto ciò che crea disgusto. Però, se andiamo a guardare dentro un cassonetto, scopriamo che dentro c’è materia, ricchezza, oggetti ancora utili e addirittura rivendibili, tanto è vero che molti rovistatori informali, spesso Rom, riescono a trarne fonte di guadagno, tanto da mantenerci la famiglia.

Il collegamento con il disgustoso è un fatto culturale, si è sviluppato nell’ultimo secolo e mezzo e influenza in maniera decisiva la possibilità di fare una buona differenziata, ma soprattutto le possibilità del riuso.

Pensate che in Italia, i prodotti per alimenti, fatti in PET riciclato, la plastica delle bottiglie d’acqua, devono contenere la patina interna realizzata in PET vergine, come se utilizzare quello riciclato significasse mettere a contatto l’acqua con ciò che è disgustoso, sporco e pericoloso.

Il campo del riuso è vasto, ed è anche fonte di guadagni, per il settore formale e anche per quello informale, composto essenzialmente da rigattieri e rovistatori, ma è spesso considerato un settore marginale e residuale, sia dai consumatori che dai politici. Questo vuol dire che per promuovere il riuso come pratica diffusa e settore in grado di creare lavoro e ricchezza bisogna valorizzare la bellezza dell’oggetto e della relazione che caratterizza lo scambio.  Non è certo facile, ma mi sono reso conto che il vero cambiamento non è la raccolta differenziata. Quella è importante, e va fatta al meglio, però forse quello che serve è cambiare sguardo, imparare che tutto ciò che degrada è semplicemente il frutto normale e naturale di tutti i nostri processi vitali. Se accettiamo questo tutto diventa più facile.

Si tratta di un cambio di punto di vista che non prevede ricette e facili soluzioni. Secondo me però c’è un modo per cominciare a farlo, cominciare a osservare i comportamenti di tutti, compresi i nostri, come occasioni per capirne di più. Senza giudicare, perché altrimenti diventiamo moralisti e noiosi. Le persone hanno comportamenti che possono apparire strani, sembrano vittime del consumismo, delle mode. Una parte di popolazione invece tende a sentirsene immune, come se non vivessimo nello stesso mondo e non sentissimo le medesime necessità, che sono figlie del nostro tempo: le vacanze, i viaggi, gli spostamenti, abbigliarsi per qualche occasione, arredare casa con mobili nuovi, acquistare la bicicletta migliore, andare dal contadino a fare la spesa ma non sapere rinunciare alla Nutella.

Siamo come siamo, contraddittori, formidabili produttori di monnezza, 32 milioni di tonnellate all’anno solo in Italia di rifiuti urbani, 128 milioni di rifiuti prodotti dall’industria, l’agricoltura e l’artigianato. L’equivalente di 148 milioni di Fiat 500. Siamo noi, non gli altri. Siamo sporchi brutti e cattivi?

Nel mio libro Tutto è monnezza provo a farmi un po’ di domande e a condividerle con chi legge. Ho provato a dare leggerezza e allegria al testo, perché racconto una mia passione e, soprattutto, perché dopo mi sono sentito meno brutto, e pure il mondo mi è sembrato meno sporco, e questo sentimento voglio condividerlo con chi legge. Ho scoperto che nella monnezza c’è bellezza e vita e prima di scriverlo non lo avrei mai ritenuto possibile.

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Siete curiosi di saperne di più? L’appuntamento con la presentazione di “Tutto è monnezza” è pergiovedì 10 ottobre ore 18.30 presso la Libreria Trebisonda, in via Sant’Anselmo 22 a Torino. Saranno presenti l’autore e Paola Parmentola.

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