Quindici bandiere verdi

Quindici bandiere verdi e sei nere. Netta la prevalenza delle verdi, così distribuite: quattro in Piemonte, due in Valle d’Aosta, cinque in Lombardia, due in Trentino e due in Friuli Venezia Giulia. Delle nere, cinque sono rimaste entro i confini italiani (una in Lombardia, una equamente condivisa dalle province di Trento e Bolzano, una ancora alla provincia di Trento e due al Friuli Venezia Giulia), la sesta è stata assegnata al Ministero degli Interni francese.

Nell’insieme, il quadro che ne esce è un mosaico di situazioni differenti, ma al contempo tasselli che ben s’incastrano tra loro nel delineare il profilo della montagna alpina di oggi. Un territorio dove, a fianco di nuove e importanti forme di protagonismo volte alla sostenibilità ambientale e sociale, nella loro staticità si riproducono abitudini e scelte obsolete, dannose per il territorio oltre che prive di lungimiranza. Molti progetti e azioni, già stigmatizzati nel passato con l’assegnazione delle bandiere nere, sono riproposti nei territori senza soluzione di continuità.

E’ il caso dell’eliski, malcostume imperversante un po’ ovunque nelle Alpi, dello sfruttamento scorretto a scopo idroelettrico dei piccoli torrenti di montagna, della riproposizione di gare di enduro o quad estremamente impattanti come quelle nel bellunese (bandiera nera 2017), o ancora dei progetti per impianti di risalita in zone di grande pregio naturalistico (ad esempio Cime Bianche in Valle d’Aosta). Bandiere già assegnate nel passato, senza risultato, e che, fatta eccezione per alcuni casi particolarmente clamorosi, non abbiamo voluto reiterare preferendo concentrarci maggiormente sulle situazioni positive.

Le Alpi, forse perché terra di confine, sono attraversate di prepotenza da grandi problematiche mondiali come i cambiamenti climatici e le migrazioni, tanto da vivere situazioni di inaspettato protagonismo. Se i primi, cioè i cambiamenti climatici, possono sembrare più pertinenti in termini di attenzione da parte di un’associazione ambientalista e, i secondi – le migrazioni- meno, è solo in apparenza. L’ambientalismo, quello scientifico, definito così come l’hanno voluto i fondatori di Legambiente (Cannata, Conti, Cini e altri) non può scindere l’attenzione verso un mondo più pulito e più bello da quella verso una realtà più giusta e meno sofferente. Non va poi dimenticato che la montagna, perché così aspra e difficile, ha sempre indotto la solidarietà tra le genti e i viaggiatori.

Se i respingimenti dei migranti sono inaccettabili ovunque, ancora di più lo sono laddove le frontiere, quelle di montagna, sono un’invenzione dei governanti e non di chi ci vive. Il governo francese che in questi giorni ha addirittura avuto l’ardire di darci lezioni di solidarietà dovrebbe ricordarsi ( e non è il solo) che l’Europa è fatta di persone e di libera circolazione, non solo di merci e denari. Non si può dimenticare che la libera circolazione delle persone insieme all’affermazione dei diritti umani sono i principali fondamenti dell’Unione Europea. Per passare alle buone pratiche locali che fanno un po’ da contraltare a quel che i governi decidono centralmente, si osserva un crescendo di situazioni dove le comunità si mettono in gioco, sia per dare sostegno ai migranti laddove c’è necessità (alta Val Susa e Brianzonese), sia per coniugare la cura del territorio con quella delle persone, della salute e della cultura locale.

E’ il caso dei gruppi di acquisto solidale di Ecoredia, dell’azienda agricola La Peta e dei soggetti che sono stati capaci di integrare persone in difficoltà nella gestione del rifugio Alpe Corte Bassa o degli Amici di Osais, preoccupati di perdere la qualità del proprio territorio insieme alla cultura degli avi. Importante è la scelta delle cantine Ferrari in un campo, quello vinicolo trentino, dove l’uso dei pesticidi è all’ordine del giorno. Le istituzioni locali segnano la loro presenza con il comune di Gaiola da anni impegnato a tutto tondo in progetti di valorizzazione e tutela ambientale e l’Unione montana di Barge e Bagnolo che sta per realizzare una pista ciclabile di ben 30 chilometri. A questi si aggiungono le istituzioni valdostane che finalmente si sono decise a sostenere la candidatura Unesco per il Monte Bianco. Un riconoscimento particolare va poi a Roberto De Prato che ha pagato di persona la segnalazione di illeciti ambientali. Un buon numero di bandiere verdi riguarda l’ambito dei servizi ecosistemici ovvero della valorizzazione delle risorse ambientali in chiave economica, sociale e culturale.

Abbiamo il progetto CAMMINAFORESTELOMBARDIA dell’ERSAF, le attività di sensibilizzazione in merito agli incendi e di valorizzazione del territorio del Parco dei Fiori (VA), la campagna di salvataggio dei rospi delle guardie Ecologiche della val Corallina (BG), la BioEnergie della Val Fiemme che produce bene e servizi attraverso il materiale di scarto del legno e del rifiuto umido. Beni pubblici che per essere difesi e potenziati richiedono una grande capacità di governance da tradursi sempre più in gestioni attive, necessariamente precedute da una buona pianificazione d’insieme.

A questi si aggiunge l’azione coraggiosa della famiglia valdostana Elter che, in rappresentanza di tante altre famiglie alpine, si è rivolta alla Corte di Giustizia Europea, per denunciare le ripercussioni dei cambiamenti climatici sulla vita quotidiana di chi vive in montagna e l’inadeguatezza del target di riduzione delle emissioni climalteranti al 2030 fissati dal Parlamento e Consiglio europei. Sempre a proposito di servizi ecosistemici, ma in negativo in quanto a salvaguardia, in ultimo vogliamo ricordare come la strumentalizzazione della paura, così in voga di questi ultimi tempi, miscelata con la visione arcaica della natura maligna, rischi di occultare un servizio importante anche se non immediatamente monetizzabile come la tutela della biodiversità.

Con la bandiera nera assegnata alle province di Trento e Bolzano vogliamo appunto segnalare questo rischio. Qui si mette in atto non solo una minaccia a discapito delle specie oggetto del ddl provinciale (lupo e orso) ma soprattutto diventa un freno per una crescita culturale in grado di riconoscere il valore fondamentale della biodiversità e della capacità di gestione del “diverso”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *