L’abito, un veicolo d’informazione. Non uno status

 

 E da oggi anche i temi di carattere sociale avranno un loro specifico spazio sul blog. Andare in giro per Torino, ma non solo, a raccontare le storie di chi con le sue scelte quotidiane, o quelle imposte da altri, modifica le nostre relazioni e il modo di vivere gli spazi che abitiamo.

 

Articolo di Chiara Paolillo

 

Foto di Antonis Lamnatos

Una macchina da cucire attaccata a un generatore. Inizia così il lato B dell’esperienza lavorativa di Sara Conforti. Alle spalle una carriera avviata nel mondo dell’arte e della moda, davanti a sé l’Anticasartoriaerrante. Questo il nome del suo progetto, nato tre anni fa in vicolo Carpanini, al Balôn.

«Quando ho acceso il generatore e le prime persone si sono avvicinate non ho più dovuto spiegare nulla – riporta alla mente – In un paio d’ore avevo il tavolo pieno di abiti da riparare. La gente andava a comprare vestiti usati che avevano qualche difetto e li portavano a me per aggiustarli».

Non si tratta soltanto di riparazioni sartoriali ma di una problematica sociale che passa attraverso l’abito. «La mia idea parte dal voler smantellare quel sistema legato all’acquisto compulsivo, alla nevrosi dello shopping. Il mio progetto vuole promuovere un modello di vestire più sostenibile. L’abito è un veicolo d’informazione, non uno status».

Questi gli obiettivi del lavoro che Sara vive ormai come una missione e che ha alla sua base anni di ricerca. «Dopo un master in comunicazione ambientale, ho cominciato a raccogliere informazioni sulla filiera del tessile, per capire da dove viene realmente quello che ci mettiamo addosso – spiega – E la mia conclusione è stata che non si riesce a risalire al percorso che i nostri vestiti fanno dalla filatura della materia prima fino alla confezione del prodotto finale». Ma il suo lavoro è anche una denuncia dei pericoli che stanno dietro l’industria del fashion. «Indossare un capo fatto da altri è un atto di fiducia. Il consumatore è totalmente in balia dei grandi colossi della moda. L’abito va sulla pelle, tutto ciò che indossiamo è potenzialmente pericoloso e non è tracciabile a livello di filiera. Delocalizzare la produzione nei mercati terzisti, significa ovviare a tutte quelle norme previste per l’Unione Europea. I vestiti che indossiamo fanno il giro del mondo un paio di volte prima di arrivare a noi. E la cosa più grave è che la gente non sa che cosa c’è dietro un paio di jeans comprato a 13 euro. Dietro tutto questo c’è il prezzo che paga l’ambiente e le persone che hanno realizzato quel capo».

Da qui la sua missione divulgativa. «Con l’Anticasartoriaerrante voglio mettere in campo tutte le mie competenze per insegnare alle persone a farsi gli abiti da sé, a riciclare i vecchi vestiti di cui abbiamo gli armadi pieni, a riutilizzare vecchie stoffe per creare dei nuovi capi d’abbigliamento».

Come si struttura il progetto? «I miei corsi di taglio e confezione creativa sono per tutti i livelli, aperti anche a chi non ha mai preso in mano ago e filo. Hanno una prima parte divulgativa, in cui spiego che cos’è il tessuto. Insegno a leggere le etichette. Poi porto le mie allieve in gita nelle aziende tessili. Insegno a capire cosa c’è dietro la costruzione di un abito, il tempo che costa produrre un vestito. Insegno a produrre i propri vestiti, utilizzando materie prime certificate oppure smontando abiti usati e riutilizzandone il tessuto. Quello che faccio è per me un atto liberatorio, metto le mie competenze al servizio di una piccola cosa, per uscire dalle maglie strette imposte dalla moda».

Una visione critica del vestire quindi, ma anche il riappropriarsi di un antico mestiere. «Cinquant’anni fa era un dovere per la donna saper cucire. Molte delle ragazze che si iscrivono ai miei corsi lo fanno perché convinte che sia vergognoso oggi per una donna non saper tenere in mano ago e filo. Sicuramente il mio progetto è dedicato in modo particolare alle donne. All’inizio di ogni corso faccio compilare loro una piccola biografia per capire le ragioni del loro avvicinamento al cucito. Molte di loro avevano un parente che era del mestiere ma che non glielo ha insegnato, perché è un mestiere sudato. C’è forse una sorta di gelosia che non permette di consegnare nemmeno a un figlio il segreto di quest’arte. Per queste donne è come riappropriarsi della loro memoria, è una ricerca di se stesse».

E l’erranza in che modo si inserisce nel tuo progetto? «I miei corsi non hanno una sede precisa, si spostano sul territorio. Ora mi appoggio alle Case del Quartiere di Torino. Proprio per poter avvicinare tutti, sono io che per prima mi avvicino. Avere una sede unica avrebbe tagliato fuori chi abita lontano. Il mio progetto è capillarmente distribuito sul territorio, proprio perché il potere della parola, che passa di bocca in bocca, è capillare».

Una rassegna cinematografica composta da nove documentari, che hanno come tematica comune un’indagine sull’altra faccia della moda, accompagna i corsi durante tutto l’anno. Per info e contatti cliccate qui: Anticasartoriaerrante

 

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