I semi della discordia

 

Articolo di Claudia Piazza

 

Foto di Alex Murphy

 

Da circa un mese sto frequentando un corso di sartoria per dare finalmente sfogo a un interesse che coltivo da tempo, quello di auto produrre i miei abiti! Da sempre ho guardato al mondo della moda pensando che un giorno avrei voluto farne parte come stilista. Con il tempo, però, ho iniziato a realizzare che le mie aspirazioni sono ben lontane da quell’universo effimero condito di apparenza, consumismo e sfruttamento.

Ora il punto è: cosa ha a che fare tutto questo con il cibo? Apparentemente nulla. Ma gli abiti sono fatti di tessuti, e i tessuti si ricavano dalle piante che vengono generate dai semi e qui ci si ricollega al discorso dell’articolo precedente sulla base della sopravvivenza. In questo caso si intendono in particolare i semi del cotone: queste piante sono coltivate principalmente in Africa, Egitto e diversi stati dell’America ma la maggiore produttività è in India. Qui si sfrutta largamente il lavoro minorile e i contadini hanno abbandonato le altre colture per dedicarsi al cotone perché richiesto e pagato maggiormente. Questa pianta necessita di continue irrorazioni con pesticidi per assicurarne una resa elevata, ma a ovviare a questi problemi ci ha pensato la multinazionale americana Monsanto.

Questa azienda nasce nei primi anni del ‘900 come produttrice di saccarina, dagli anni ’20 in poi converte la produzione prima in PBC*, policlorobifenili, poi si dedica ai diserbanti come il 245T a base di cloro da cui è derivato poi l’ “agente arancio” o Napalm usato nella guerra del Vietnam per defoliare le foreste e scovare i vietcong. Negli anni ’80 mette a punto l’erbicida del secolo, il più usato dai contadini di tutto il mondo, il suo nome è Roundup e inizialmente viene spacciato per biodegradabile quando in realtà non lo è affatto. Da qui la Monsanto ha deciso, dal 1997, di specializzarsi anche in biotecnologie studiando semenze geneticamente modificate resistenti al Roundup e da vendere insieme allo stesso ai propri contadini. Inizia con la soia transgenica, poi con il mais e con il cotone. In India i contadini si affidano a questa nuova pianta “miracolosa” e si indebitano per comprare semi e diserbanti, ma le cose non vanno come previsto: il cotone non è immune ad alcuni parassiti e oltre al Roundup sono necessari ulteriori pesticidi; inoltre, la quantità di raccolto è inferiore alle aspettative e ai contadini indiani non resta altro che il suicidio.

Propongo un documentario esaustivo e preciso che spiega tutto questo, eseguito da Marie-Monique Robin una giornalista, regista e scrittrice francese che ha vinto molti premi a livello internazionale.

Tutto questo non è volto a spaventare, ma a renderci consapevoli di quello che accade intorno a noi per operare scelte ponderate per la nostra sopravvivenza.

http://youtu.be/DSM5Jn4GLRQ

*PCB-policlorobifenili: oli chimici usati come isolanti per condensatori e trasformatori, additivi per vernici, adesivi, pesticidi, lubrificanti. Sono composti da idrogeno e cloro, e la loro tossicità è paragonabile a quella delle diossine. In Italia sono vietati dal 1983. I PCB hanno causato gravi contaminazioni del suolo e delle acque negli stabilimenti di Brescia e Anniston (USA).

 

5 commenti su “I semi della discordia

  1. alessia.binotto@hotmail.it'Alessia

    Complimenti per l’articolo!

    Durante la visione e consigliabile tenere un bicchiere d’acqua a portata di mano per evitare che i popcorn vi vadano di traverso.

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  2. carolinag1031@gmail.com'Carolina

    La cosa che molti non sanno e che questi semi non sono di dominio pubblico….. i semi, una cosa a disposizione di tutti nella natura, sono diventati un altro prodotto brevettato….incredibile pensare che ogni volta che compriamo un pacco di patatine, o in questo caso un maglione, questa azienda che fa solo danni si arricchisce indirettamente…

    Questo articolo mi fa non voler comprare da qualche multinazionale della moda un altro maglione a 10 euro!!!……..e solo che costa cosi poco!!!

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    1. giulia_lidestri@libero.it'giulia Autore articolo

      Per quel che mi riguarda, frequento il Balon non a caso. 1. I prezzi 2. Il riuso 3. La qualità (trovare maglioni di lana, adesso, a prezzi decenti, non è per nulla facile)

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  3. alessia.binotto@hotmail.it'Alessia

    Già.
    E vale per tutto purtroppo..Cibo, abbigliamento, arredamento trasporti acqua.
    Non ci resta solo che il buon senso. Noi per primi però dobbiamo fare delle rinunce, è facile credere che possiamo cambiare il mondo mantenendo lo stesso tenore di vita.

    Ti consiglio anche qst bellissimo documentario! http://vimeo.com/37510628

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    1. Lorenzo

      Il buon senso sarà anche una risposta possibile, ma chi è più pessimista di me aggiungerebbe che è proprio il buon senso (o le risorse umane) a scarseggiare (https://www.sostenibile.com/blog/index.php/2012/11/sostenibile-a-chi/).
      Il punto forse è che oggi passa come “buon senso” il delegare ad altri. Vedi il proliferare di manuali e manualetti per fare qualsiasi cosa, o l’appoggiare un’iniziativa, lo schierarsi pro o contro qualcosa, senza mai davvero tirarsi su le maniche. Un greenwashing della coscienza. La stessa sensazione di quando ci si è appena confessati dal prete: buoni, puliti e giusti.

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