Sostenibile a chi?

 

Articolo di Anna Paola Quaglia

 

Foto di Cecilia Postal

 

Barcamenarsi nel mondo di oggi e cogliere “nell’inferno, ciò che inferno non è” è capacità di pochi. La nostra percezione di parole, fenomeni, avvenimenti si vuole spesso nascondere dietro il velo della neutralità. Neutrale è una legge perché la legge è uguale per tutti. Neutrale è una parola o l’uso delle parole. Neutrali sono le immagini perché mostrano l’oggettività di un fatto. Neutrale è uno stato che non parteggia né per l’uno né per l’altro di due stati o di due gruppi di stati in guerra tra loro (poco importa se poi gestisce i conti in banca dei due contendenti). Neutrale può far rima con assenza di giudizio, per questo può esser percepito come giusto e equilibrato e quindi positivo.

Prendiamo ora la parola sostenibile, nome e anima di questo spazio. Bene. Chi non vuole essere sostenibile? Sostenibile è buono e giusto. Ma che cosa significa essere sostenibile? Ha forse a che fare con la raccolta differenziata? Con la filiera di produzione? Con la gestione della scarsità delle risorse della terra? Tutto questo e non solo, probabilmente.

Mi aggiro tra i banchi del supermercato e mi imbatto nel reparto di prodotti bio. Ne esco confusa, tramortita e mi pongo una domanda: allora anche questo significa essere sostenibile? No, perché a me sembra più che altro la stessa “frittata” di sempre ma con colori diversi e se possibile prezzi più alti. E allora mi rimbomba in mente una parte di un libro simpatico e senza pretesa alcuna che racconta di una strana tizia americana che per 365 giorni cucina 524 ricette di una famosa cuoca e racconta le sue disavventure su un blog, in cui si legge:

“Liberiamoci una volta per tutte dalla schiavitù nei confronti dei pomodori biologici che costano una fortuna” 

Ora, lo scrivo nero su bianco a scanso di equivoci: non sto in alcun modo liquidando la questione della sostenibilità a una moda passeggera e sminuendo le scelte del singolo consumatore che al prodotto non biologico sceglie quello biologico.  Tutt’altro. Ma ho esigenza di capire di cosa stiamo parlando.

Ciò che non mi spiego è come un’etichetta convinca molte persone che questa loro scelta di consumo le renda sostenibili. Sarà il mio forte cinismo e le mie origini – a Cuneo, splendida città del Piemonte, i pomodori sono pomodori e, in quanto tali, essendo pomodori, sono biologici e naturali – che mi portano quanto meno a dubitare di queste nuove pratiche che mi suonano più di un nuovo modo di fare business che coglie sì un’esigenza, ma anche un po’ – concedetemelo – una moda, che di sostenibilità.

Tutte le grandi aziende che guardano al mercato e al consumatore – e che, in altre parole, ne sentono il polso – hanno captato questo bisogno e l’hanno tradotto in pagine intere di dichiarazioni in cui si legge quanto loro siano eco-compatibili e in nuove forme di comunicazione. Ora: o i verdi, gli ambientalisti e tutti coloro che giustamente hanno una visione di lungo periodo e semplicemente non vogliono lasciare i conti da pagare alle prossime generazioni hanno davvero cambiato il mondo oppure siamo di fronte a una presa per i fondelli di color verde bio.

Se l’obiettivo di questo blog è quello di connettere coloro che stanno parlando di sostenibilità, coloro che pensano di star parlando di sostenibilità e coloro che, non sapendolo, parlano di sostenibilità -tutto questo per capire, in mezzo alle parole, che cosa sia la sostenibilità –  allora inizio ad aggiungere il mio tassello alla definizione di sostenibile: la sostenibilità assume significato se riferita alla scarsità di risorse, condizione che caratterizza la vita dei sapiens (e non solo) su questa terra. Però, vorrei intendere le risorse in senso lato. Risorse sono anche le risorse umane oltre che quelle naturali. E se ci guardiamo intorno, capiamo quanto possano essere scarse, inadeguate e a rischio “di estinzione” pure quelle.

 

 

6 commenti su “Sostenibile a chi?

  1. clo.piazza@gmail.com'Cla

    Concordo con queste considerazioni. Siamo in un periodo di “Green washing” dove qualsiasi marchio applica un bel bollino “bio – green – rispetta l’ambiente” sui suoi prodotti e si lava le mani del problema, senza spiegare come arriva a definirsi tale, con quali procedure.

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  2. mompala@libero.it'francesco

    Ma se siete cosi diffidenti perchè non fate una cosa, esiste l’associazione wwoofing dove permette a persone che vogliono capire e sostenere le aziende Bio di fare un esperienza diretta lavorando a stretto contatto con i produttori. Penso che un esperienza diretta vi possa far capire la differenza. Sono d’accordo che il Bio del supermercato crei confusione, ma il vero bio è quello agricolo di media dimensione.

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    1. giulia_lidestri@libero.it'giulia Autore articolo

      Ciao Francesco, innanzitutto grazie per il link a Wwoofing, realtà che personalmente non conoscevo. Tra l’altro, per quel che mi riguarda cade giusto a fagiolo (in tutti i sensi…), e proprio perché ultimamente mi sto dedicando a delle ricerche (diciamo ricerchine) sul biologico e dintorni, e l’idea di poter toccare con mano mi stuzzica non poco.
      Per quel che riguarda il resto, credo che occorra stare attenti a non scambiare la diffidenza con il tentantivo di fare chiarezza: la diffidenza è distruttiva, la voglia di fare chiarezza è decisamente propositiva, per quanto – in un primo momento – si debba ricorrere a valutazioni generali che permettano, solo dopo, analisi più specifiche e approfondite. Della serie: si può anche fare di tutta l’erba un fascio, purché poi ci si porti a casa l’erba in questione e la si spulci a dovere. E pur vero, d’altro canto, che la maggior parte di noi ha maggiori possibilità di frequentare un supermercato che un’azienda agricola di piccole/medie dimensioni, e credo che la realtà vada indagata a partire da quello che ci circonda, giusto perché lo si conosce meglio. Fermarsi solo al nostro piccolo orto, ovviamente, non porta da nessuna parte. E l’intento di questo blog vuole essere l’esatto contrario. Grazie ancora per la chicca!

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    2. annapaola.quaglia@gmail.com'Anna Paola

      Ciao Francesco.
      L’obiettivo di questo spazio come del post che ho pubblicato è stimolare un confronto costruttivo tra persone che “parlano” di sostenibilità. Non di certo quello di avere conferme. Quindi, per prima cosa grazie mille per il tuo commento.
      Mi sento però di ribattere alle tue parole dicendo che in nessun modo la mia è diffidenza verso chi concretamente compie passi “sostenibili”, come ho scritto a chiare lettere. Il problema è che, come spesso accade per le grandi imprese dell’umanità, è una minoranza silenziosa che le porta avanti. La restante maggioranza per diversi motivi, alcuni dei quali legittimi come mancanza di tempo e di denaro, non può che adeguarsi alle pratiche della società di massa. Io sono interessata, come i miei colleghi del blog, a creare un ponte tra le buone pratiche della minoranza e la maggioranza. Questa è un’esca in mezzo al mare che vuole portare confronto serio tra persone diverse e soprattutto un piano d’azione, possibilmente sostenibile, parola che significa anche realizzabile. Il tuo consiglio, per il quale ti ringrazio, si inserisce perfettamente nell’elaborazione di un piano di azione. A presto spero!

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  3. Lorenzo

    Un limone resta un limone finchè non inventi un motore che va ad acido citrico, così come un’idea resta una scossa elettrica fra neuroni finchè non la tiri fuori e la metti in pratica. Ma il limone e l’idea sono comunque sempre delle risorse. Allora, forse, la scarsità di risorse è innanzitutto la qualità delle relazioni fra cose, idee, persone, luoghi. Ma è anche il tuo modo di vederle: se vedi solo caos è come se fossi cieco, se vai al di là dell’anarchia e ti ci metti dentro allora qualifichi e fai vivere quelle relazioni.

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