Monnezza Pattume Rumenta

 

Articolo di Lorenzo Marinone

 

 

“Forse non vi è mai capitato di entrare in quello che chiamano il polmone del supermercato. È il dietro le quinte: una stanza dove vengono ammassati i prodotti in via di scadenza, invenduti, prima di venir buttati. Gettati via come rifiuti”.

Andrea Segrè parte dalla parola rifiuto per proporre la sua rivoluzione, grammaticale innanzitutto. Docente all’università di Bologna e ideatore del progetto Last Minute Market, Segrè mette nel calderone di proposte di Biennale Democrazia il suo obiettivo: spreco zero. Cioè abolire i rifiuti. Non producendoli, quindi attraverso il recupero. Ma soprattutto cambiando mentalità.

“Un prodotto, un bene, diventa rifiuto quando lo decidiamo noi. Se smettiamo di usarlo, se lo riteniamo inutile. Ma spesso il suo ciclo di vita potrebbe continuare”, spiega Segrè. La scommessa è dare un nuovo valore alle cose. Oltre il prezzo e l’utilità, cioè il valore di scambio e il valore d’uso, può esistere un valore relazionale dell’oggetto. L’economia, per come è organizzata oggi, ignora questa possibilità. Da qui l’enorme montagna di rifiuti che produciamo. “Se un prodotto non mi è più utile – ragiona Segrè –, anzi diventa un costo perché lo devo smaltire, è certo che possa ancora essere utile per un altro. Ma per scoprirlo devo metterlo a disposizione, cioè proporlo e non buttarlo via”.

Questa diversa economia, che alcuni chiamano economia del dono, ha il suo primo tassello nel recupero. Ma questo, da solo, non basta. Anzi rischia di sembrare una giustificazione del sistema per chi è convinto che siamo vicini al collasso. In realtà è proprio il valore relazionale dell’oggetto recuperato, cioè il fatto che venga messo a disposizione e utilizzato da altri, che resta ben oltre lo scambio e l’uso di quell’oggetto. Si instaura un rapporto di solidarietà, si fa rete. Non solo non si spreca, ma si liberano risorse.

Tutto questo può avvenire all’interno del mercato. “Il mercato può essere buono”, ripete più volte Segrè. La sua scommessa è trasformare il costo dei rifiuti in un vantaggio. Ha un vantaggio l’azienda che dona i prodotti invenduti perché non li deve smaltire. È avvantaggiato chi li riceve, per ovvie ragioni. Ma si crea anche un vantaggio comune, generale. Non è solo il vincolo di solidarietà, che può sembrare sempre troppo astratto. Si tratta dell’aver dimostrato a se stessi e agli altri che un comportamento a prima vista antieconomico in realtà è possibile senza infrangere le leggi di mercato. Il che significa che il mercato può cambiare. E se non stiamo sprecando, lo stiamo già cambiando.

Gli sprechi domestici e nella filiera alimentare nel 2012 sono stimati in 15 miliardi di euro, l’1% del PIL. Per un’economia del dono questo significa avere un larghissimo margine di manovra. Ma il dato interessante è anche un altro: siamo tutti coinvolti perché tutti produciamo rifiuti e sprechiamo. La rivoluzione quindi non è solo grammaticale ma antropologica. E come tutti gli altri animali, anche l’uomo cambia quando trasforma lo spazio in cui abita. Per Segrè bisogna iniziare questa transizione capendo qual è la nostra casa: “l’economia è una piccola casa, con dentro cibo, vestiti, macchine e quant’altro. E poi c’è la casa più grande, l’ecologia. Il fatto che abbiamo solo questo mondo”. Non cercare di far quadrare i conti in un’economia ecologica, ma spostare il nostro sguardo verso un’ecologia economica. Bisogna invertire i termini. Abbellire la piccola casa non basta. Possiamo volere molto di più.

 



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Informazioni su Lorenzo

Nonostante abbia preso la patente a Cuneo, per il blog Lorenzo si occupa di mobilità. A sua discolpa, si sposta per Torino con una bici color granata. Dopo una laurea in Filosofia ha iniziato a scrivere anche di rifiuti. A tutt’oggi non ha ancora capito bene qual è il collegamento, ma è solito ripetere che la vita è un pendolo fra la buccia di banana e l’impianto di digestione anaerobica dell’organico. Da bambino credeva che Blog fosse un personaggio del Signore degli Anelli e che frodo fosse un verbo.

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