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L’insostenibilità del crimine (organizzato). Vol.1 Reati Ambientali

 

Articolo di Elena D’Angelo

 

 

 

“… no signore, niente più droga. Ora è iniziato un nuovo business. È più profittevole e sicuro: è chiamata monnezza, mio caro. Perché, mi creda, la monnezza è meglio dell’oro”[1]

Sono passati vent’anni da questa ormai famosa deposizione del boss del Rione Traiano diventato poi collaboratore di giustizia. E ogni anno il rapporto di Legambiente “Ecomafia” ci racconta i numeri e le dinamiche della criminalità ambientale, uno dei tanto volti di una criminalità organizzata in continua trasformazione e, naturalmente, in cerca di nuove opportunità di guadagno.

Dal traffico illecito di legname, allo smaltimento illegale di rifiuti elettronici o tossici, passando per le frodi alimentari, la pesca non autorizzata ma anche il cemento, i beni culturali, gli incendi.

L’equazione è alti profitti, bassi rischi (a livello sanzionatorio). Il risultato è un aumento esponenziale di questi reati, gestiti da reti criminali che agiscono a livello transnazionale.

Facciamo però un passo indietro. Cosa c’entra il crimine organizzato con l’economia delle giraffe? Perché parlare di mafie [usiamo questo termine in senso lato per includere le reti del crimine organizzato, anche transnazionale] in un blog di sostenibilità? Continua a leggere